La paura nasce dall’ignoranza, da ciò che non conosciamo e che non ci sforziamo di conoscere.
L’unico inferno è la nostra chiusura verso gli altri.

“Inferno” dal quale si può uscire solo andando oltre i soliti pregiudizi e preconcetti, andando oltre questa etichetta di “detenuto”, parola che spesso prevale sulla biografia personale dello stesso; la mia personale esperienza di servizio civile mi ha permesso proprio di fare questo “sforzo” di conoscere, toccare con mano tutto ciò che c’è “oltre”; questo lo devo al tempo che trascorro nella Casa Famiglia, che ospita in maggior numero persone straniere. Donne straniere che si vedono addossare uno stigma di duplice valenza: innanzitutto quello conforme allo stereotipo per il quale lo straniero è concepito come “persona pericolosa” per la sicurezza e la morale. A questo si aggiunge l’etichetta degradante di detenuto che rende la persona irrecuperabile; proprio quest’ultima idea è scorretta, considerare queste persone irrecuperabili, senza concedere loro il diritto di riscattarsi.

Proprio condividendo la quotidianità con le ospiti della Casa si percepisce questa voglia di riscatto, oltre ad avere personalmente l’opportunità di conoscere le loro storie di vita, di comprendere ragioni, motivazioni che le hanno condotte a delinquere e stati d’animo di persone in un ambiente multiculturale.

Una delle ragazze un giorno mi ha detto che il passato, soprattutto un passato come il loro, ci rincorre sempre; questo è vero, il passato non si cancella, l’importante è saper accettare questo passato e cercare di trarne il positivo, perché sono convinta che ogni esperienza, anche la più brutta, può insegnarci a essere migliori, basta saper guardare avanti. E uno degli obiettivi dell’Associazione è proprio quest’ultimo, stimolare le persone a guardare avanti, a ricostruirsi un futuro; mi sono infatti resa conto che per la persona detenuta il momento maggiormente critico non è solo l’entrata in carcere, ma, strano a dirsi, anche l’uscita da esso, il ritorno alla libertà; il carcere costituisce infatti sì un ambiente restrittivo, ma allo stesso tempo un nucleo protetto; mentre per le persone che vi sono dentro è come se il tempo si fermasse, fuori il mondo cambia, si evolve, mutano le dinamiche relazionali con i famigliari e gli amici, è quindi necessario prendere consapevolezza dei propri errori passati e pensare al proprio futuro, cercando a poco a poco di ripristinare la propria autonomia. Il laboratorio di sartoria e cucito al quale partecipano con la frequenza di 3 volte alla settimana le ragazze e i colloqui che hanno assiduamente con le operatrici sono sicuramente strumenti preziosi per questo processo di reinserimento sociale e lavorativo. Anche i famigliari delle persone detenute si trovano ad affrontare in prima persona una situazione difficile da gestire; per loro esiste un ulteriore laboratorio di cucito, insieme ad ex detenute, che da allo stesso tempo la possibilità di imparare un mestiere senz’altro utile e a confrontarsi le une con le altre. Oltre a quest’ultimo esiste anche una lavanderia, sicuramente altra ottima opportunità lavorativa per donne ex e detenute e famigliari.

Altra importante risorsa dell’Associazione è Casa Mandela, struttura per detenuti in permesso premio; la mia attività di servizio civile comprende anche la partecipazione alla gestione di questa. Il permesso premio è un espediente che permette al detenuto di non perdere totalmente il contatto con l’esterno e costituisce inoltre una prova di fiducia nei confronti della persona.

Questa esperienza mi ha dato l’opportunità di avvicinarmi e vivere un mondo lontano dalla mia quotidianità, di uscire da questo “inferrno” che è la chiusura nei confronti di ciò che è sconosciuto, per questo motivo mi ha permesso di arricccire la mia persona.

 

   Silvia