“Relicti duo, misericordia et misera” (Sant’Agostino). Sabato 10 dicembre 2016 si è svolto presso la Sede della Compagnia il consueto incontro di Avvento tenuto da mons. Marco Doldi, Vicario Generale dell’Arcidiocesi di Genova e Rettore Spirituale della Veneranda Compagnia di Misericordia. Al termine del Giubileo straordinario della Misericordia, che cosa rimane?

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C’è una pagina del vangelo che può aiutare a comprendere quanto abbiamo celebrato durante quest’anno: si tratta dell’incontro tra il Signore e la donna adultera, narrato dal vangelo di Giovanni:

Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi. Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed essa rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neanch’io ti condanno; và e d’ora in poi non peccare più» (8,3-11)

Il Santo Padre nella Lettera Apostolica “Misericordia et misera” (21.11.2016) definisce questo incontro come una “icona”, cioè come una immagine significativa del Giubileo Straordinario. In tanti hanno commentato il brano evangelico dell’adultera. Sant’Agostino, quando giunge al punto in cui tutti se ne vanno e resta Gesù solo con la donna là in mezzo, scrive queste semplici parole: «Relicti sunt duo, misericordia et misera» (In Ev. Joah.). Gesù la Misericordia, fatta carne, e la donna misera, come tutta l’umanità che attende il Salvatore.

Anche noi possiamo fare un piccolo commento alle ultime parole che Gesù rivolge alla donna: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più». Egli aiuta la donna a guardare al futuro con speranza e ad essere pronta a rimettere in moto la sua vita. Pensiamo all’atteggiamento giustizionalista che tante volte assume l’opinione pubblica nei confronti di chi sbaglia: deve pagare e deve essere messo da parte! Certamente il debito nei confronti della società deve essere assolto, ma non semplicemente con la reclusione. La persona in carcere deve avere la possibilità di redimere se stessa per poi mettersi nuovamente in moto. Un visitatore e una visitatrice della Compagnia di Misericordia ha presente questa meta che è insieme di ordine materiale, morale e spirituale. Per questo è importante prendersi in carico i detenuti non solo con la presenza fattiva e generosa, ma anche con la preghiera. Nella prospettiva soprannaturale si compiono conversioni, mutamenti e decisioni le cui radici sono solide, perché nutrite dalla grazia stessa di Cristo.

La Compagnia di Misericordia è stata particolarmente coinvolta dal Giubileo Straordinario della Misericordia e ha trovato nelle parole e nei gesti del Santo Padre e di tutta la Chiesa tanti incoraggiamenti per continuare dopo secoli la sua opera a favore dei detenuti. Forse mai come in questo periodo ci si è sentiti al passo con la vita della Chiesa. Evidentemente, si tratta di continuare, perché la misericordia non è una parentesi nella vita della Chiesa, ma ne è la trave portante. Ogni confratello ed ogni consorella, a qualunque età, deve sentirsi importante per il compimento di quest’opera evangelica, a cui si fatica a dare rilievo nella pastorale ordinaria.

Finché nella Compagnia resterà prevalente la volontà di consolare i detenuti, aiutandoli anche nelle richieste più materiali, resteremo fedeli alle parole di Gesù: «ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,36) e ancora, «qualunque cosa avete fatto ad uno di questi miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me» (Mt 25,40). Tutti abbiamo bisogno di consolazione perché nessuno è immune dalla sofferenza, dal dolore e dall’incomprensione. Quanto più ne hanno bisogno coloro che sono in carcere, talvolta, perché vittime della povertà, della sottocultura, dell’inganno.